Siria, un’altra sporca guerra che si alimenta di menzogne

Di Marco Lupis

Come sempre la prima vittima, in guerra è la verità. Non importa chi l’ha detto (l’hanno detto e ripetuto in tanti) importa che- purtroppo- ancora una volta è vero. Nel calderone siriano il livello di guardia è ormai stato superato da tempo, ma è in queste ultime ore che si deciderà il futuro dell’area e forse del mondo intero.  L’incrociatore USA Donal Coock, armato di missili Tomahawk è pronto di fronte alle coste siriane. I caccia russi lo sorvolano a bassa quota mentre anche la fregata francese Aquitaine si è aggiunta al gruppo d’assalto americano. Le navi da guerra cinesi nel Mediterraneo hanno ricevuto l’ordine di unirsi alla marina russa nel caso di un imminente attacco in Siria. E anche l’’Agenzia europea per la sicurezza aerea (Easa) ha diramato un’allerta sulle rotte aeree civili del Mediterraneo orientale. Lo scenario è potenzialmente apocalittico e Trump insiste: “I Russi non dovrebbero essere alleati di un animale assassino che uccide la sua gente con il gas e si diverte!”

E come in uno sceneggiato già visto, in un copione già recitato, ancora una volta, come ai tempi dell’Iraq, sarebbe l’uso indiscriminato e sicuramente inaccettabile, delle armi chimiche, messo in atto da Assad contro civili inermi, a giustificare lo scoppio dell’ennesimo conflitto. Dalle conseguenze imprevedibili. E ancora una volta la guerra è prima di tutto guerra di menzogne, di depistaggi, di accuse vere impossibili da distinguere dalle bugie.  Nel caos siriano le poche verità risultano ormai indistinguibili dalla valanga di menzogne fabbricate e usate da tutte le parti contendenti allo scopo di giustificare il proprio operato.

L’Occidente attribuisce ad Assad l’attacco chimico che sarebbe avvenuto a Douma, presso Ghouta orientale, mentre I siti russi rilanciano le dichiarazioni della Croce rossa siriana, che dice di non aver trovato tracce di gas a Douma. E stranamente, molto stranamente, la banda dei jihadisti di Jaysh al-Islam, finanziata e armata dall’Arabia Saudita, che controllava Douma, non ne fa parola, di questi gas.

Mi ricorda quel che ho visto in Kosovo, a Racak, nel gennaio del 1999, di fronte a quella piccola moschea con il pavimento ricoperto di cadaveri, qua e là qualche vecchia coperta e qualche straccio, usato per coprire i volti, per nascondere le orbite vuote dove una volta c’erano gli occhi. Per riparare le gole tagliate dei bambini. Per ricomporre le teste staccate dal corpo. Un massacro serbo, ormai lo sappiamo con certezza. Ma anche allora la macchina da guerra della menzogna tentava di scompigliare le carte e i serbi sostenevano assurdamente che quei corpi straziati non erano civili inermi, presi e massacrati nelle loro case, ma combattenti dell’UCK spogliati delle divise e rivestiti, da morti, di abiti civili. E che i colpi alla nuca erano stati sparati dopo, da quegli stessi guerriglieri, così come lo scempio da macelleria delle membra e delle teste di molti di loro.

Tutte menzogne, tutte bugie.

Ieri come oggi, in Siria?

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